Archive for settembre, 2011


di Valerio Simeone

Pescara. La Procura di Pescara, in collaborazione con la Squadra Mobile e la Guardia di Finanza, sarebbe riuscita ad acquisire intercettazioni telefoniche, atti, documenti e flussi bancari necessari per dimostrare l’attività illecita di riciclaggio del gruppo Caffè Venezia.

Sequestrati alle 7 in punto di stamattina il Caffè Venezia di piazza della Rinascita, il Caffè Venezia dell’omonima via, il negozio Piglia la Puglia sempre in via Venezia, il locale non più in attività Love Boat di via Montanara, il ristorante Università della Pizza in piazza Martiri Pennesi ed una serie di conti correnti. La difficile operazione ha dovuto fare i conti con una serie di prestanome.

Le indagini sul riciclaggio sono le più difficili in assoluto. Soldi di provenienza illecita che si spostano nascosti sotto la copertura di mutui e prestiti. Per questo le investigazioni sono lente, infruttuose e spesso vengono abbandonate sul nascere. Ma questa volta la tenacia della polizia giudiziaria è stata notevole.Blitz di finanza e polizia, sequestrati beni per 20 milioni Laccusa: fondi dei clan pugliesi riciclatti a Pescara

L’ordinanza di 32 pagine notificata questa mattina parla di un ammontare di almeno 20 milioni di euro posti sotto sequestro preventivo e due ordini di arresto ai domiciliari per i Granatiero, i presunti bracci operativi del gruppo, che però sono stati rigettati dal Gip nonostante fossero espressamente richiesti dal pm, Gennaro Varone. La motivazione del giudice è che il reato non verrà più reiterato nel momento in cui sono operativi i sequestri.

Sette in tutto gli indagati. Ma le indagini continuano e potrebbero esserci presto altre novità.

Nel frattempo i locali, dopo un inventario e le dovute burocrazie, riapriranno in amministrazione controllata per non far perdere i posti di lavoro. Sorpresa e sollievo questa mattina per alcuni dei dipendenti. Stando alle documentazioni acquisite, sembrerebbe che gli stipendi fossero inferiori al concordato e i turni di lavoro anche superiori alle 12 ore al giorno.

«Siamo andati ad indagare fino a Manfredonia» ha confidato un investigatore all’alba. «In Puglia non puoi lavorare come facciamo qui. Se passi due volte per la stessa strada vieni automaticamente segnalato da “sentinelle” che ti seguono fino a minacciarti. Per questo siamo stati costretti a lavorare in modo diverso e tra mille difficoltà».

E pensare che solo qualche mese fa la titolare rappresentante del Caffè Venezia, Antonia Grieco, tramite una raccomandata inviata alla nostra redazione dallo studio Misciagna chiese la cancellazione di un nostro articolo in cui si riportava la notizia di indagini in corso per lo stesso reato, il riciclaggio appunto, anticipati da Il Messaggero parecchi mesi fa e ripresi da PrimaDaNoi.it.

12/09/11

Aggiornamento:

Il Caffè Venezia vince il ricorso ed ottiene così il dissequestro di tutti i locali e dei conti correnti. La motivazione data dai giudici è  che non esiste nell’ordinanza alcun riferimento esplicito ad collegamento economico-finanziario tra il clan dei Romito e la struttura operante in Abruzzo.

Una distrazione o uno scivolone della Procura di Pescara? Non sarà facile appurarlo, ma di sicuro l’aver negato gli ordini di arresto ha da subito segnalato una misura meno drastica di quanto inizialmente richiesto.

Ora ci potrebbero essere gli estremi affinché il gruppo possa chiedere danni di immagine alla Procura per la chiusura temporanea degli esercizi e tutta la comunicazione basata su un fatto che non sussiste. (v.s.)

Porto Cesareo. Sandra Stuncinskaite è la reginetta 2011 di Miss Mediterraneo. Ha stravinto con ben trenta punti di distacco dalla seconda in classifica durante la finalissima internazionale. Un record per il concorso Miss Mediterraneo giunto al suo decimo anno di attività. La selezione si è svolta all’EuroVillage di Porto Cesareo, in una splendida località dove le aspiranti miss hanno potuto trascorrere una settimana di vacanza premio all’insegna del mare e del divertimento prima di sfidarsi sull’ultima passerella della stagione. Ventuno le concorrenti in gara.

«Mi sono trasferita in Italia per un ragazzo di cui sono innamoratissima e voglio diventare presto una mamma felice». E’ questo il commento a caldo che la reginetta ha rilasciato al presentatore, Enzo Appignani, durante la premiazione. Interamente soddisfatta la giuria, presieduta dal manager Lucio Perrone.Sandra è una ragazza di 25 anni nata a Rokiskis, una cittadina della Lituania, vive a San Benedetto del Tronto dove lavora come modella e tra le sue passioni c’è la danza classica che ha studiato per ben dieci anni. Per lei il titolo assoluto è stato coronato da fascia e trofeo Miss Mediterraneo e un buono fotografico della FotoWireless.

Il podio è stato caratterizzato da un secondo posto a pari merito con Alessia Donno, 22 anni di Lecce, e Claudia Carol Cataldo, 16 anni di Pescara, elette Miss Talent, mentre al terzo si è classificata Lais Dos Santos, una giovane brasiliana di 18 anni con la fascia di Miss Malò Center.

Scrivono nel registro 2011 il proprio nome anche Marlena Hadjuck, 18 anni nata in Polonia e residente a Chieti, eletta Miss Leone di Messapia, Luigia Di Sciascio, 19 anni di Casoli Miss Baron Beach, e Chiara De Pascali, 15 anni di Maglie (Lecce) Miss Eurovillage.

L’evento è stato organizzato da Paolo Fino con la regia di Cesare Sampognaro, le coreografie curate da Katerina Kloczynska, e intrattenuto da interventi di cabaret. (FotoWireless)

10/09/11

di Valerio Simeone

Non potevamo lasciare inosservato un articolo del nostro collega inglese Tony Sleep, stufo dei “parassiti” della fotografia, cioè tutti coloro che pur fatturando milioni di euro l’anno in editoria e comunicazione, continuano a chiedere lavori che non vogliono pagare. «Te le firmiamo», ti dicono con potere e soddisfazione, come per intendere che ti stanno facendo addirittura un favore esclusivo omettendo che la legge lo impone, in quanto copyright. Quindi non solo spilorci, ma anche molto ignoranti. Ma su questo non ne avevamo dubbi.

Mi viene in mente il direttore di un noto giornale, affiliato ad un gruppo colosso dell’editoria italiana, che in un caso simile mi disse «ringrazia che te le firmo, non dovrei fare nemmeno questo». Esempi lampanti della qualità umana di questi contenitori biologici, non persone, andati a male. Per loro modici e sicuri stipendi di 200 mila euro l’anno, tredicesime, quattordicesime, auto aziendale, premi produzione, aria condizionata d’estate e riscaldamento d’inverno, mentre noi cronisti veniamo buttati in mezzo alla strada obbligati (perché da precari abbiamo obblighi ma non diritti) ad andare a rompere le palle (perdonatemi ma è il termine che meglio descrive lo stato psicofisico che creiamo) alle famiglie di persone appena decedute, magari in un incidente stradale. Poco importa che tu lo debba fare alle 10 di mattina o alle 11 la sera. L’editoria è una macchina, un tritacarne comandato da automi.

L’articolo è bello, pungente,  ma soprattutto molto serio. Riesce a tirar fuori uno spaccato di una realtà ormai vecchia che deve lottare veramente con chi fa fotografia per hobby, senza pagare un euro di tasse e senza dover avere i requisiti di essere iscritto all’Ordine dei Giornalisti (e se non ne troviamo utilità noi professionisti/pubblicisti che paghiamo una quota annuale figuriamoci chi non è iscritto…).

Fallito, ancora una volta, il lavoro di Ordine, Federazioni e Sindacati nell’imporre che i “giornalisti facciano i giornali”.  Qualcuno dovrà spiegarci per cosa stanno prendendo gli stipendi.

A tutti gli altri che regalano foto avendo uno stipendio fisso come primo lavoro di impiegato, operaio, fruttivendolo, vigile urbano o magari metronotte, possiamo augurare di ritrovarsi a fare i cronisti con compensi di cinque euro a servizio, ma pagati solo dopo che siano stati pubblicati. La rete abruzzese di precari 5euronetti ne è un chiaro esempio. Ma deve lavorare ancora molto per sincronizzare teste e penne degli iscritti. 

Di seguito la traduzione del collega Adolfo Trinca. (FotoWireless)

Il 27 Agosto 2011 un link viene condiviso da numerosi utenti Twitter della comunità fotografica globale. L’indirizzo rimanda ad un post sul blog di Tony Sleep, fotografo inglese di lunga esperienza, che affronta – con toni decisi ed in prima persona – il problema del lavoro a costo zero, attaccando senza mezzi termini chiunque offra e fornisca servizi gratuiti in ambito fotografico. Professionisti da ogni parte del mondo hanno dimostrato la propria solidarietà e Tony ha gentilmente acconsentito alla traduzione e alla condivisione in diverse lingue dell’articolo per cercare di sensibilizzare colleghi, clienti e pubblico verso un problema diffusissimo, che sta distruggendo il mercato della fotografia (e non soltanto) ad ogni livello.

We Have No Budget for Photos

di Tony Sleep

Ogni settimana, ricevo in media un paio di proposte di lavoro da parte di gente che “non ha soldi” per pagare le mie foto. Case editrici, riviste, giornali, organizzazioni, aziende affermate o appena avviate: tutti pensano che la fotografia non costi niente, o peggio che mi stiano facendo un favore ad offrirmi di pubblicare il mio lavoro offrendo come compenso di aggiungere il mio nome qui o là.

Ho smesso di rispondere a queste richieste personalmente e linko semplicemente al seguente testo.

Allora, mettiamo le cose in chiaro. “Non abbiamo un budget per le fotografie” significa in realtà: “Pensiamo che i fotografi siano dei coglioni”.

Questa interpretazione potrà forse sembrarvi offensiva, ma possiamo facilmente verificarla con un esperimento: provate ad entrare in un ristorante della vostra città dicendo garbatamente “vorrei mangiare qui, ma non ho previsto un budget per pagarvi”. Aggiungere che in cambio farete pubblicità presso tutti i vostri amici non impedirà al proprietario di sbattervi cortesemente fuori a calci.

Ora, immaginate di essere voi stessi i proprietari di un ristorante dove la maggior parte degli avventori provano a cenare gratis con questa tecnica. La risposta è NO, volendo essere esageratamente gentili.

E se in realtà “non abbiamo un budget” era solo una strategia per tastare il terreno, la risposta è sempre e comunque NO. Non voglio avere niente a che fare con degli avidi opportunisti che vorrebbero imbastire una relazione professionale mentendo sin dall’inizio. Avete già dimostrato di non meritare fiducia, dunque mi date anche ragione di pensare che non sarete onesti sullo sfruttamento delle immagini e che comunque farete di tutto per non pagare un euro.

Se invece siete di quelli che promettono un sacco di lavoro meglio pagato più avanti se io accetto di aiutarvi a costo zero adesso, ottimo, ci sto, offritemi un contratto. Altrimenti per quanto mi riguarda le vostre sono tutte stronzate e la risposta è NO.

Anche perché, vedete, non me ne frega niente di “farmi conoscere” regalandovi il mio lavoro. Quello che voglio è invece un rapporto professionale di mutua collaborazione e beneficio. Da parte mia cerco di offrire la massima onestà ed integrità professionale e mi aspetto che i miei clienti facciano lo stesso con me. “Farsi conoscere” è la naturale conseguenza di un lavoro ben fatto, non un mezzo per ottenere qualcosa e lo stesso vale per il mio nome pubblicato insieme al mio lavoro: è una prassi, nonché indice di correttezza. Al contrario, di guadagnarmi applausi lavorando come un dilettante non me ne frega niente. Se avere un prodotto gratis è più importante di avere un prodotto di qualità, chiedete pure a qualcun altro.

Come la maggior parte delle persone, anch’io lavoro per pagarmi le bollette e mandare avanti la mia professione e la mia famiglia. Il fatto che io ami quello che faccio è semplicemente la ragione per cui sono quarant’anni che mi impegno al massimo nonostante le difficoltà: se pensate di avere il diritto di mancare di rispetto alla mia professionalità in virtù di questo, vi sbagliate di grosso.

Perciò non vi sorprendete se scelgo di non aiutare dei parassiti che guadagnano, o pretendono di farlo, sfruttando il lavoro dei fotografi – e anche il mio – fino al midollo. Con alcune rare eccezioni (piccole associazioni veramente no profit, mandate avanti da volontari) sono io che questa volta non ho previsto un budget per rendere le imprese degli altri più redditizie: già far quadrare i miei bilanci non è cosa da poco, vista anche questa recente tendenza a far passare lo “sfruttamento” come “un’incredibile opportunità”.

Il mio sostegno lo garantisco volentieri quando posso, attraverso piccole donazioni ad organizzazioni che ritengo di voler aiutare o semplicemente offrendo un pranzo ad un senzatetto. Vi assicuro inoltre che quando lavoro per onlus e associazioni, lo faccio a tassi agevolati. Penso di essere una persona onesta, generosa e gentile, ma mi sento di non fare l’elemosina a degli accattoni stipendiati che mi chiedono di riempirgli le tasche con soldi a manciate. Mi fanno incazzare. Specialmente quando mi insultano dicendo che si, il mio è proprio un bel lavoro, però non lo pagherebbero un cent.

Ho avuto delle conversazioni esilaranti con un sacco di gente che, a quanto pare, pensa che delle buone immagini siano solo il frutto di circostanze fortunate e che dunque sia loro diritto averle a costo zero, semplicemente perché gli elettroni non hanno ancora un preciso valore di mercato. Come la volta in cui incontrai la manager di un’importante organizzazione inglese (con un utile dichiarato di oltre 3 milioni di sterline). La signora mi spiegava quanto tenesse a pubblicare più foto possibile sul sito internet del gruppo di cui era a capo: i visitatori le trovavano infatti più efficaci ed immediate dei testi (prodotti per altro da uno specifico team di scrittori retribuiti). Dunque l’importanza delle foto era fuori discussione. Ma, forse, sarebbe stato anche il caso di pagarle: magari usando una parte del budget annuo di 160.000 sterline che la suddetta organizzazione destinava ai contenuti web (di nuovo, ho controllato le cifre dichiarate, disponibili online). La signora proprio non riusciva a capire che la foto che aveva davanti e che avrebbe tanto voluto pubblicare esisteva solo perché io avevo investito tempo, denaro e lavoro nel crearla. “Ma tutti i fotografi di solito sono ben felici di lasciarci pubblicare le loro immagini gratuitamente” mi spiegava. Non credo proprio lo siano, probabilmente hanno solo omesso di dare un’occhiata alle solite cifre che dicevo sopra: se lo avessero fatto si sarebbero accorti che lei guadagnava qualcosa come 66.000 sterline l’anno (circa €74.000 al cambio attuale, ndr) – giusto qualche soldo in più della retribuzione zero che invece offriva in cambio delle immagini.

E’ chiaro che soltanto i fotografi amatoriali possono permettersi di fornire servizi senza ricevere un compenso: la fotografia non è per loro una fonte di reddito. Fanno altri lavori, hanno una pensione, guadagnano in altro modo, sono dei romantici con tendenze suicide – non mi interessa. Io no. L’atteggiamento di far guerra ai professionisti per farsi belli è profondamente egoista e ha conseguenze disastrose: distrugge la fotografia come mestiere, come rispettabile fonte di guadagno per la vita.

Ecco, questa è gente vanitosa e piena di sé e davvero si accontenta di lavorare in cambio del proprio nome scritto accanto ad un’immagine: se è tutto ciò che avete da offrire, chiamate pure uno di loro. In alternativa, avete a disposizione una folta schiera di studenti e neolaureati da sfruttare – sono disperati ed inesperti, vi consiglio di cogliere al volo la ghiotta occasione di risparmiare qualche soldo e peggiorare di un altro po’ le loro già precarie condizioni economiche.

Tutto questo significa che forse non riuscirete a procurarvi le immagini che volete a costo zero? Beh, benvenuti nel mondo, è dura. A me non danno certo macchine fotografiche, computer, programmi, benzina, una casa e da mangiare senza spendere un euro. La fotografia è facile ed economica no? Allora prendete una macchina fotografica e scattatevele da soli le vostre stupide foto.

E se dopo aver letto vi sentite offesi, probabilmente è perché almeno una volta, ci avete provato anche voi.

http://www.adolfo.trinca.name/wordpress/index.php/2011/08/31/sono-un-fotografo-e-non-lavoro-gratis-defend-photography/

05/09/11

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